CINEMA Due parole appena sul...

Ugo Nespolo

Due parole appena sul mio cinema

Partii.. con la Bell & Howell 16 millimetri con lo Zoom Angenieux alla scoperta del cinema e fui fortunato.

I "miei personaggi" si misero all'opera con destrezza. Subito Baj scatto' veloce dinnanzi alla camera ed agito' on perizia consumata bandiere a tre colori sui prati del vergiatese in compagnia del sapiente (e paziente) Lucio Fontana a tentare con l’aiuto del Volpini una improbabile piccola vedetta lombarda

Allora pensavo ad una sorta di "teatro fotografico" pieno di improvvisazioni e di materiali bizzarri. Il tentativo è stato quello di approdare in un territorio magico ed in perenne, instancabile movimento, un gioco insomma in cui la razionalità era bandita per lasciare il posto ad un libero creare associazionistico, suono ed immagine, movimento e colore, senso e non senso.

“La galante avventura del cavaliere dal lieto volto” ed ancor prima “Grazie mamma Kodak” (1966-67) non avevano altra radice se non questa.

Ma sotto sotto ho tentato sempre una strada “critica”, ho cercato con fatica lo sberleffo, lo schiaffo, l’acidità ed il sarcasmo, il tutto appena tinto di umorismo e di bel gioco, di piacevole fattura e di divertimento garantito.

Tutti i personaggi si muovono come piccoli giocattoli ora docili ora bizzarri, “automat” impazziti in azioni senza senso. I loro movimenti sono infatti tutti meccanici, accuratamente accelerati fini all’accesso, frenetici e fastidiosi, instancabili quanto inutili.

Così la strada critica di cui parlavo prima si è fatta avanti in maniera obliqua, leggibile con sorrisetto sulle labbra.

Sto pensando ad esempio a “Buongiorno Michelangelo” che volendo potrebbe vedersi attribuire uno spunto alla Polanski degli esordi. Questa enorme palla di carta che viene fatta rotolare per le strade di una fredda Torino, quadrata ed in grisaglia, diventa un simbolico oggetto di assurda provocazione che può anche essere letta come vacua, gogliardica esibizione.

Fatto sta che “l’elemento estraneo” sii inserisce con cattiveria nel paesaggio qualunque della città, tra la gente che guarda allibita, senza capire. Pistoletto spinge la palla, la gente lo segue per vedere “fino a che punto” o “perché”.

E se la palla diventa un’enorme rosa, alla fine, allora siamo alla follia ingiustificata… ma sono soltanto ipotesi. Nessuno si lascia più stupire, provocare. La scorza è spessa e serve per difendersi. Il surrealismo non c’entra per niente ed in nessun modo; si tratta piuttosto di una lettura della realtà colta anche nei suoi aspetti paradossali, interni ed a volte inspiegabili.

Ma la lettura vera è quella soltanto dell’occhio critico. Una piccola cattiveria viene aggiunta senza pietà all’interpretazione delle cose. Le foto polaroid in “Con certo rituale”, la testa di Beuys nel “Supermaschio”; la “cultura elettronica” in “Andare a Roma”.

Il mio cinema è basato sull’eccesso, sul “di più”, sul “supplemento d’informazione”, una sorta di acculturazione casalinga dai contorni mobili.

Ma le teorie sono soltanto teorie e lasciano il tempo che trovano.

E poi sono statiche come le parole, fredde e bugiarde.

Le immagini sullo schermo filano instancabili, si mostrano senza pudore, non temono la critica perché non si fidano di nessuno, tentano davvero e soltanto di far capire anche ai ciechi ed ai sordi che every filmaker is indipendent at heart.